Giuseppe Darioli e l’asino

A che età un bambino diventa grande?

Giuseppe Darioli aveva 9 anni ed io, di sicuro, a 9 anni, ero un bambino, tutti quanti si è bambini quando si ha nove anni, quindi diremo che Giuseppe era un bambino di nove anni!

Siamo nel 1958 all’Alpe Paioni nelle baite dove inalpava Giuseppe Pianzola, nonno di Giuseppe Possa, anche lui su all’alpe. E’ un pomeriggio d’estate. Le vacche pascolano e le baite fumano. Giuseppe Darioli è un garzone che presta servizio all’alpe e mentre cura le bestie gioca con i suoi amici.

Fra gli animali al pascolo c’è anche un asino. Un gran bel asino.

Il suo nome: Moro.

Sta sempre per i fatti suoi ed anche lui vuol giocare e così, quando transitano dall’alpe altre bestie, della famiglia Borri, piano piano si sposta e si accoda ad un asina.

A Giuseppe non preoccupa il fatto che l’asino si stacca, tanto – dice- quello lì torna sempre a casa; anche da solo!

Arriva sera e Giuseppe raccoglie tutte le bestie in giro e li accompagna nella stalla. Le vacche entrano dalla porta e sanno perfettamente dove mettersi. si infilano come telecomandate al loro posto ogni volta. Dentro tutte in ordine, li lega con la catena alla “praseu” (mangiatoia).

Ah già. Giuseppe ha solo 9 anni; è un bambino e non dovrebbe fare tutto questo. Eppure lo fa. E non solo da adesso.

Ha imparato anche a mungere e le sue sono due belle piccole mani utili per la vita all’Alpe.

Nella casera, quando tutto è pronto per la cena, il vecchio Pianzola gli domanda: “Dua l’è l’asin?”

“ L’ho visto andare in su e deve ancora tornare…” risponde Giuseppe senza dar troppo peso a quello che gli è stato chiesto e mentre si sta versando nella scodella un bel mestolo di minestra calda e profumata.

Ma l’anziano pastore, lo interrompe e gli lancia un occhiata mica da ridere dicendogli severamente: “Quand t’avrei purtou a cà l’asin, ti mangiarei… Adess… Fila!!!!” (Quando avrai portato a casa l’asino mangerai… adesso fila!)

Non era il caso di controbattere. La voce era calma e l’ordine preciso. Bisognava andare a cercare l’asino. Rimette la minestra nella pentola, prende un pezzo di pane nero secco (per l’asino) e del sale in tasca e si avvia in su, dove aveva visto incamminarsi l’asino qualche ora prima.

Le montagne le conosceva abbastanza bene, ma solo fino al ponticello, non oltre. Da lì in su anche per Giuseppe era tutto un mistero, così come mistero era la scomparsa dell’asino… Viene notte e l’asino non si vede.

Moorooo!!! urla a gran voce! chiamando la bestia, ma anche per scacciare la paura. Se urlo forte – pensa – tutte le altre bestie scapperanno, ma il mio asino no! Lui di certo non scapperà: Anzi…. conoscerà la mia voce e mi verrà incontro. Lui mi vuole bene e sa che ho cose buone da mangiare per lui.

Vien proprio notte!… La strada è quella che va al Monscera, ma non c’è nessuno in giro… Che fifa!

Moroooo!!!! Mooroooo!!.! e ancora più forte Moorooo!!!!!!!! Niente. Prosegue al buio! Inciampa più volte perchè il suo sguardo non è dove mette i piedi, è altrove. Vede ombre da ogni parte e sente rumori, mai uditi prima. La paura ha lo stesso colore della notte.

Morooo! Un ombra! Là. Moroooo! un ombra che si muove. Chi è? Rumori metallici sulle pietre……. Sassi che rotolano. Dio, che paura!….. Giuseppe ha la bocca aperta piena di sgomento, ma non esce voce: I capelli si rizzano: Pelle d’oca, forse s’è anche pisciato addosso….. S’è alzato un po’ di vento…. Un altro rumore… e abbastanza vicino. Sìììì è lui! Non può essere che l’asino…. il rumore che sento sono i suoi zoccoli ferrati sui sassi. Dio fa che sia davvero Moro!.

Oh, sì. Dio sia benedetto…… eccolo….Moorooo… vieni quì…… Vieni che c’ho il pane da darti e anche il sale. Mi hai fatto prendere un bello spavento. Toh, mangia.

Oh.. ti ho ritrovato finalmente.

E adesso? Non si vede nulla. Dove sono? Dove siamo? Cosa faccio?

Giuseppe sale in groppa all’asino e con le braccia gli avvolge il collo e gli sussurra nelle orecchie: Fai il bravo, non scappare più, io starò qui con te tutta notte. Domani verrà giorno e forse capirò dove andare per ritornare a casa. A meno che tu non sappia già portarmi a casa adesso…….

Giuseppe non ha finito di parlare che l’asino si muove dolcemente e si incammina….

In una direzione incognita. Giuseppe tiene chiuso gli occhi e resta in groppa avvinghiato al collo dell’asino per non cadere. Moro conosce molto bene la strada e anche se è notte cammina e cammina fino a che, arriva all’alpe Paione e si ferma proprio davanti alla baita.

Giuseppe apre gli occhi e non crede ai suoi occhi… Moro lo ha portato a casa.

Scende dalla groppa dell’asino, gli accarezza il muso con profonda e sincera gratitudine. Quella gratitudine che solo i bambini sanno manifestare e senza una parola con gli altri che lo stavano ad aspettare, entra nella casera, si avvicina affamato alla pentola sul camino e si serve in silenzio una bella razione di minestra ancora calda perché lasciata nel pentolone sul fuoco e finalmente può mangiare.

Mangia e si libera di tutta l’emozione vissuta piangendo.

Minestra e lacrime sulle montagne, hanno fatto crescere molti bambini.

Giuseppe Darioli figlio di Ernesto e Teresa; uno di questi.

Condividi l'articolo su
Leggi anche: